LETTERE DEL PRESIDENTE |2| RAFFAELLO E I TRE COLORI DI “LEONARDO FILOSOFO”: un omaggio a Piero delle Francesca?

17 Aprile 2020

In occasione dei 500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio, anche il Centro Leo-Lev intende rendere omaggio al grande artista urbinate; ed essendo a Vinci lo fa in modo inusuale rispetto alla interessante e incomparabile  mostra alle Scuderie del Quirinale di Roma (purtroppo chiusa al momento come tutti i musei) chiamando in causa Leonardo da Vinci.

Raffaello nella celebre Scuola di Atene nella Stanza della Segnatura in Vaticano pone al vertice dell’opera, per importanza, Leonardo da Vinci nelle vesti del filosofo Platone con l’indice rivolto verso l’alto, come nel San Giovanni Battista del Da Vinci che risulta “posteriore” all’affresco di Raffaello: è un dichiarato omaggio al più anziano Leonardo.

 Raffaello, La Scuola d’Atene  (1509-1511) 
Platone – Leonardo da Vinci, Scuola di Atene, particolare

Un omaggio che pochi artisti oggi, ancor più vestiti del successo che già Raffaello, poco più che venticinquenne, riscuoteva a Roma in quel momento, farebbero verso un “maestro” (più o meno frequentato non ha importanza) per  manifestare la riconoscenza di aver appreso qualcosa da far germogliare secondo le proprie capacità, dimostrando così grande generosità d’animo. Ed è giusto ricordare Raffaello come lo descrive Vasari:

Quanto largo e benigno si dimostri talora il cielo nell’accumulare in una persona sola l’infinite ricchezze de’ suoi tesori e tutte quelle grazie e più rari doni che in lungo spazio di tempo suol compartire fra molti individui […].

Ma anche così definito in più occasioni:

Raffaello pittore della grazia, della dolcezza, della gentilezza, della modestia, della generosità,  maestro del bello…”.

In quel dipinto Leonardo è raffigurato con le veste viola, il mantello di colore rosato, e le bordure della veste ed il libro “Timeo” verdi…

Quegli stessi colori, in omaggio a “Leonardo filosofo” sono stati scelti nel 2018 per caratterizzare il Book shop, la Saletta convegni e lo Spazio del caffè-ristoro del Centro Espositivo Leo-Lev in Piazza Carlo Pedretti di Vinci.

Il Book Shop da Piazza Carlo Pedretti
  Book Shop
Ingresso zona  caffè-ristoro
Sala caffè-ristoro verso via IV Novembre
Sala caffè-ristoro verso via Roma

E’ con grande soddisfazione che solo un anno dopo nell’ottobre 2019, in occasione della mostra del restauro dell’Arcangelo Annunciate di San Gennaro (attribuito a Leonardo giovane da Carlo Pedretti), sul catalogo “Se  fosse un Angelo di Leonardo…” a cura di Ilaria Boncompagni, Laura Speranza e del sottoscritto, il Professor Mikhail Piotrovsky, direttore generale del Museo Hermitage di San Pietroburgo, scrisse fra l’altro: <Questo evento rievoca che non sono importanti soltanto gli studi della tecnica pittorica, ma c’è altrettanta necessità dello sviluppo degli studi degli aspetti “filosofici e religiosi” nell’opera di Leonardo da Vinci>. 

Quindi questo del Centro Leo-Lev, in una sorta di anteprima, è un omaggio a Raffaello e alla sua Scuola di Atene e così al personaggio da lui  raffigurato, “Leonardo nelle vesti del filosofo Platone”. Un omaggio che il Centro Leo-Lev completerà attraverso la realizzazione dell’opera “Leonardo filosofo visto da Raffaello” che ha già una collocazione che l’attende, e di cui ne illustro di seguito la composizione virtuale da sviluppare, con le tecniche attuali, come opera artistica.

I lavori durante la scelta dei colori
Opera
“Leonardo filosofo visto da Raffaello”

Intendo anche, in questo momento di celebrazioni “rinviate”, rendere omaggio a Raffaello, a nome del Centro Leo-Lev con un mio studio (la cui pubblicazione risale al 2010) che non era riferito direttamente all’artista urbinate, ma prendeva in esame proprio i luoghi di origine di Raffaello, la città di Urbino al tempo di Federico da Montefeltro e Piero della Francesca, nel saggio che riporto di seguito in estratto, dal titolo Piero della Francesca e la saggezza.

RAFFAELLO, LEONARDO E PIERO DELLA FRANCESCA nella Scuola di Atene

< […] In questo lavoro si è affermato che il messaggio di un’opera d’arte, se essa lo contiene, va  individuato, oltre che negli avvenimenti e nelle tendenze del momento in cui è stata eseguita (talvolta caratterizzato da un arco temporale lunghissimo), anche nelle opere che la precedono e, se essa è stata di riferimento per la sua valenza artistica e per il carisma dell’esecutore, soprattutto nelle opere ad essa successive.

Come avrei potuto chiudere questa “congettura”, senza avanzarne un’altra, soprattutto dopo aver affermato, anche se in chiave romanzata ne Il segreto di Piero della Francesca, che lo stesso Piero (e questa è storia) dimorando in Urbino presso la casa del padre di Raffaello, Giovanni Santi (artista di modesto successo), avesse potuto infondere l’essenza della sua arte, seppure soltanto attraverso bozzetti conservati o testimonianze, al futuro celebre urbinate, ancora adolescente, Raffaello: l’ artista  del mistero senza mistero, come lo definisce con efficacia Michele Prisco.  

Nel romanzo il Segreto di Piero della Francesca si ipotizza che l’impianto dell’architettura di sfondo de La Scuola di Atene, uno degli affreschi iniziati da Raffaello nel 1509 per Giulio II nella stanza della Segnatura in Vaticano (sovrapponendosi con rammarico da parte di Raffaello ad opere di Piero della Francesca), non sia stato attinto, come comunemente si afferma, dall’opera del Bramante, peraltro allievo di Piero, e si ritiene giovane esecutore di parte dell’architettura della Pala Montefeltro di Piero della Francesca, nota come Pala di Brera, ma direttamente dai cartoni preparatori di quell’opera.

Raffaello, La scuola di Atene- 1509-11

Addirittura si ipotizza che l’impianto originale dell’architettura della Pala Montefeltro di Piero della Francesca  fosse in origine più larga, circa come quella poi rappresentata da Raffaello nella Scuola di Atene. 

Pala Montefeltro in rapporto alle dimensioni della rappresentazione nella Scuola di Atene

Al di là di questa ipotesi più o meno fantasiosa, ciò che è indiscutibile è che l’ architettura di fondo della Scuola di Atene di Raffaello, anche se in un’elaborazione più complessa, è quella tipica degli edifici di Leon Battista Alberti (protagonista a palazzo ducale di Urbino assieme a Piero della Francesca).

Leon Battista Alberti, Sant’Andrea, Mantova

Ma c’è un altro elemento che s’intende porre in evidenza… Dopo un lungo giro di analisi e di ipotesi, si è giunti alla conclusione che Piero della Francesca, non a titolo personale, ma come espressione di un gruppo, volesse dare, attraverso le sue opere, un’indicazione filosofica di vita, forse questa: l’armonia può essere raggiunta in questo mondo, ancor più che con il neoplatonico amore, attraverso la sapienza o saggezza, e non di tipo intelletualistico, ma pratico!

[…] Credo pertanto che Piero della Francesca, ed il gruppo col quale condivideva la vita ed il suo lavoro intellettuale, non intendessero una forma di Sapienza filosofale ed elitaria, ma quella conoscenza progressiva che fa sapere di “non sapere o conoscere”, come affermava il suo amico Cusano (membro dell’Accademia neoplatonica dei Medici) nella Docta Ignorantia e che ti induce […] di conseguenza all’umiltà, alla tolleranza e quindi alla saggezza e alla ricerca della conoscenza; in una sorta di cerchio, come l’oroborus, che infine si chiude su se stesso.

[…]  Spesso l’alternativa alla tolleranza, all’amore e alla saggezza sono stati (e sono): il sopruso, la violenza e la rabbia. Per questo il messaggio di Piero della Francesca, se vuole realmente comunicare ciò che abbiamo individuato, è ancora più importante della sua sua opera stessa, che ne diventa quindi magistrale, suggestivo, esemplare, “mirabile”, originalissimo veicolo conscio o inconscio di un fine addirittura più nobile, in quanto “universale”. Che questi valori non siano ancor’ oggi attuali e necessari al mondo contemporaneo, e pertanto non siano valori universali senza spazio e senza tempo, è tutto da dimostrare. Io ne sono talmente convinto che forse ho “inteso” dare soggettivamente questa chiave di lettura all’opera di Piero della Francesca.  Ma il simbolo, nell’arte, nella letteratura, nel vivere quotidiano, non sempre mantiene il suo messaggio e spesso ne assume addirittura uno totalmente opposto. Per questo ritengo che sia importante indagare e confrontarsi fino alle radici della sua interpretazione. Ne è di esempio il significato “nefasto” assunto, per esempio, dalla svastica dopo il nazismo, ed il suo opposto significato “vitale e solare” nell’antichità. 

[…]  

Tornando alla Scuola di Atene di Raffaello, è indubbio, secondo l’ interpretazione corrente, che in essa si intenda, apparentemente, esaltare il ruolo dell’antica filosofia greca in genere e, ponendo al centro la figura di Platone (s’ipotizza nelle sembianze di Leonardo da Vinci) esaltare il neoplatonismo (la filosofia del sentimento e dell’anima), anche se il filosofo cammina accanto ad Aristotele (il filosofo della scienza e della materia), di cui è stato maestro. Si dice di Raffaello che è “il pittore dell’immediatezza”. Nelle sue opere non si nascondono enigmi come nella Flagellazione di Piero della Francesca e nelle opere di Dürer, Parmigianino o Giorgione.  In genere può essere così, ma siamo sicuri che questo valga in assoluto e in particolare per La Scuola di Atene?

Oltre all’architettura di fondo, che lega quest’opera a quella di Piero della Francesca ed al gruppo di lavoro del quale faceva parte anche l’allora giovane Bramante (impegnato in età matura nei progetti in San Pietro e sembra determinante per la venuta a Roma di Raffaello, che sarà poi a sua volta  anche architetto della Fabbrica di San Pietro per appena sei anni, dopo la morte di Bramante nel 1514 e della sua nel 1520), vi sono altri elementi comuni fra i due artisti. Se il messaggio di Piero è quello della “saggezza”, allora anche le due sculture dipinte che sovrastano ai lati tutta la scena della Scuola di Atene, contribuiscono a creare una “coincidenza” col messaggio presunto dell’opera di Piero: sono infatti le immagini di Apollo, dio solare e della luce, e di Minerva, dea della saggezza.

Ma oltre a ciò, nel dipinto, vi sono tre figure che sembrano essere più importanti delle altre e che sono ‘segnalate’ con l’indice della mano da altrettanti personaggi. Addirittura quella al centro (Platone) è ulteriormente caratterizzata dal braccio rivolto in alto e la mano con l’indice alzato, espediente che Leonardo (dopo Botticelli ne La Calunnia del 1491-95 e Raffaello nella Scuola di Atene del 1509-11) ha  adottato nel San Giovanni Battista, forse ad esprimere ed indicare “la verità”.

La prima delle tre figure è a sinistra, è costituita dal personaggio in basso seduto con la testa che grava sul gomito, con atteggiamento pensoso e malinconicamente saturnino (sembra sia stata aggiunta nel dipinto in un secondo tempo): è la rappresentazione di Eraclito ed il volto è quello di Michelangelo.

Eraclito – Michelangelo

La seconda figura è quella di destra, in basso, china su una lavagna (come nel ritratto di Luca Pacioli e Guidubaldo Montefeltro di Jacopo de’ Barbari) intenta a spiegare una geometria: è Euclide e secondo Vasari ha il volto di Bramante, amico di Leonardo e amico e patrocinatore di Raffaello, il quale si ritrae, con lo sguardo verso l’osservatore, sul lato estremo destro dell’opera. 

Euclide –  Bramante

La terza figura, segnalata da un personaggio che poggia la mano sulla spalla di un altro, posta al centro, con l’indice alzato, è quella sopra il dislivello, in alto, oltre la scala di tre gradini (tre, come nei i Tre Filosofi di Giorgione): è Platone con i sembianti di Leonardo che avanza verso il centro, mentre conversa con Aristotele. Quest’ultimo ha un libro chiuso in mano e  indica qualcosa davanti a sé.

Platone – Leonardo

Se uniamo questi tre indici c’è una figura che rimane in mezzo a quel triangolo. Una figura che sembra secondaria ma invece, anche se dimessamente distesa sul gradino centrale, è al “centro” dell’intero dipinto: è Diogene, da solo, col libro aperto, segno di acquisita conoscenza, anche se intento nella sua lettura.

Raffaello, Scuola di Atene, lo schema dei filosofi ai vertici e all’interno del triangolo

E’ possibile che questo personaggio sia Piero della Francesca (del quale si ritiene che Raffaello ebbe modo a Roma di vedere le opere eseguite per papa Pio II Piccolomini e “dirette” dal cardinale Cusano, prima dell’incendio che le distrusse) rappresentato nelle vesti di Diogene

Diogene – Piero della Francesca?
Effige e presunti autoritratti di Piero della Francesca

Mi piacerebbe, vorrei che fosse così, per la riconoscenza dovuta nei confronti dell’artista (e intellettuale) Piero della Francesca, da parte di Raffaello. Come da parte di tanti altri del resto, anche se in modo meno diretto dell’urbinate (e fra questi non escludo Leonardo…), all’opera di Piero della Francesca. 

E forse non è soltanto riconoscenza o apprezzamento, ma anche voler “dottamente” e con raffinatezza intellettuale (tipica di Raffaello) accumunare due caratteri schivi e solitari come quelli di Piero della Francesca e Diogene. 

Due personaggi con molti aspetti caratteriali simili uniti dalla “ricerca dell’uomo” e soprattutto perché Diogene e Piero della Francesca, al di là dei presunti significati dell’opera di Raffaello, pur vagando nel buio; l’uno della notte, l’altro della sopraggiunta cecità, ed entrambi della solitudine, illuminavano comunque chi li avesse incontrati.>

Raffaello, Scuola di Atene, autoritratto rivolto verso l’osservatore

Raffaello, dopo la sua improvvisa scomparsa per una febbre insistente che in alcuni giorni lo portò alla morte all’età di 37 anni (per una analogia fra tante possibili, identica a quella di Pushkin, considerato, nonostante anche in questo caso la giovane età, il fondatore della lingua letteraria russa contemporanea) fu sepolto come un re nel Pantheon di Roma. 

Sulla sua tomba vi sono i seguenti versi attribuiti a un poeta amico di Raffaello o all’umanista Pietro Bembo:

Spero che l’autore dell’epitaffio non sia stato un amico di Raffaello poiché (al contrario di quanto Bramante conoscesse l’amico Leonardo quando lo raffigurò nella veste del filosofo Eraclito) non lo ha ben descritto. Se c’è un personaggio che mai si è messo in competizione con la Natura, e ne ha voluto soltanto esprimere delicatamente la bellezza, è Raffaello. Mi sento di esaltare quindi, e soprattutto in questo momento storico, quanto Raffaello ha saputo interpretare e rappresentare della Natura e della bellezza che essa esprime anche attraverso la donna, la femminilità; quanto, altrettanto, esaltare il dono della gentilezza che era una caratteristica tanto decantata e ricordata dell’artista… Ma su questo forse ritorneremo.

Oreste Ruggiero

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