LETTERE DEL PRESIDENTE |5| LA MADONNA DEL PARTO DI SAN GENNARO con l’Angelo Annunciante attribuito a Leonardo

20 Giugno 2020

E’ trascorso quasi un anno da quando, nel Giugno 2019, l’Opificio delle Pietre dure di Firenze comunicò a Leo-Lev l’ultimazione del complesso restauro dell’Angelo Annunciante di San Gennaro in Lucchesia, attribuito a Leonardo giovane da Carlo Pedretti.  L’opera, da tanti anni posta a ridosso della parete esterna adiacente l’ingresso della pieve romanica, particolarmente soggetta ad escursioni termiche ed umidità, manifestava segnali preoccupanti per la sua integrità, evidenziati da palesi sfaldamenti materici.

Il restauro è durato circa nove mesi da quando la scultura in terracotta lasciò la Pieve di San Gennaro il Lucchesia.

La scultura in terracotta raggiunse l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze in due casse in quanto l’opera si componeva, si presume per facilitarne la cottura, ma probabilmente anche per altre motivazioni ancora da approfondire, di due parti a suo tempo ben studiate e tagliate per la perfetta sovrapposizione.

Il restauro si manifestò più complesso di quanto si potesse presumere in quanto la statua, a seguito del danno subito e documentato nel 1773, quando accidentalmente la colpì una scala installata per gli addobbi della festa di San Cirillo (un documento di allora che ci indica anche dove fosse ubicata in quel momento la statua) fu ridotta in ben 28 pezzi.

Ma la necessità di ripulire il gesso utilizzato per l’incollaggio dei 28 pezzi, soprattutto quello posto all’interno del busto della scultura, realizzato come una sorta di spessa camicia, separando tutte le parti per poi riassemblarle, ha fatto emergere oltre l’incollaggio anche le ridipinture eseguite nel 1700. Queste non furono realizzate da un artista restauratore, ma da un artigiano del posto che reinterpretò l’opera con nuovi colori, ricoprendo malamente le giunture in gesso (evidenti nella foto che segue) ma anche le preziosità di decori eseguiti in oro zecchino. 

La rimozione delle sovrapitture settecentesche eseguite dall’Opificio ha consentito di far riemergere i colori originali presenti sull’opera ed eseguiti con pigmenti naturali che l’Opificio stima essere tipici del 1400, ma si possono ritenere altrettanto in uso anche agli inizi del 1500, come descritto nella ampia parte dedicata al restauro nella pubblicazione che accompagna la mostra “Se fosse un Angelo di Leonardo”.

Dal restauro sono emersi i seguenti pigmenti: “terra verde mista a biacca, bianco di piombo e cinabro per l’incarnato; minio e lacca per il manto rosso con verde rame (resinato) misto a giallo piombo-stagno per il risvolto; lacca organica rossa mista a bianco di piombo per la veste rosa; blu di azzurrite per le maniche, il colletto e le stole incrociate sul petto; bianco di piombo e terre ocra per la sottoveste; terra d’ombra e terra di Siena bruciata per il capelli color bruno ramato; oro zecchino applicato in foglia che a conchiglia (utilizzato senza parsimonia) per le decorazioni geometriche e le lumeggiature.

L’Opificio delle Pietre Dure, man mano che l’opera di ripulitura procedeva, mise in evidenza la particolarità della scultura e di quanto stava emergendo durante il restauro circa le decorazioni in oro zecchino, l’impiego dell’azzurrite…, ma anche la scoperta di un foro nella mano sinistra dell’Angelo Annunciante per contenere un giglio: proprio come nell’Angelo dell’Annunciazione di Leonardo da Vinci giovane, che lo impugna con la mano sinistra posta in basso.

Fu così richiesto, prima della mostra prevista al Centro Leo-Lev di Vinci, di eseguire una presentazione del restauro nella sala convegni e successiva esposizione nel Museo dell’Opificio con interventi di: Marco Ciatti Soprintendente dell’Opificio; Mons. Michelangelo Giannotti Vicario e  Direttore dei Beni artistici dell’Arcidiocesi di Lucca; Don Cyprien Mwiseneza Parroco di San Gennaro, Laura Speranza direttrice del settore di restauro dei materiali ceramici dell’Opificio,  Ilaria Boncompagni Funzionario della Soprintendenza di Lucca e Massa Carrara e il sottoscritto Oreste Ruggiero per il Centro Leo-Lev di Vinci.

L’esposizione dell’Angelo Annunciante restaurato fu allestita  al piano terreno nelle prestigiose sale del Museo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, nella storica Via degli Alfani.

Nel catalogo generale redatto per l’occasione dai tre curatori, Ilaria Boncompagni, Oreste Ruggiero e Laura Speranza, quest’ultima ha illustrato in modo particolare tutte le fasi del restauro ma anche la singolare realizzazione di una replica in terracotta con una sezione specifica dedicata alla “REPLICA” e alla sua pigmentazione.

Infatti le continue scoperte durante il restauro dell’Opera (l’Opificio così descrive quanto emerse dalle impronte-ancora da approfondire- lasciate sull’argilla per scavare e modellare la scultura “Sembra un’opera realizzata con grande velocità, lasciando immaginare che il modellatore fosse molto capace e che il gesto creativo fosse rapido e sicuro”), indussero alla realizzazione di una replica commissionata, oltre al restauro dell’originale, dal Centro Leo-Lev di Vinci dove rimarrà esposta in modo permanente ed ha costituito e costituirà un alto valore didattico.

La replica, eseguita con le identiche tecniche e pigmentazioni usate nel ‘400, ha destato sorpresa per le colorazioni impiegate dall’Opificio, ma la spiegazione è stata lapidaria: quelli erano i colori naturali dell’originale e il fatto che fossero così vermigli viene spiegato dalla necessità di emergere dalla scarsa luce presente nelle chiese illuminate soltanto, e con parsimonia, dalle candele. Ed è altrettanto interessante, dal foro emerso nella mano dell’originale, ricostruire la presenza del giglio che impugnava l’Angelo. 

E questo non sarà, lo anticipo, l’unico elemento che è emerso dallo studio conseguente al restauro, e verrà a suo tempo riproposto nella replica, ma il tutto è ancora in fase di studio ed elaborazione…

Dopo il restauro dell’Angelo Annunciante di San Gennaro sono emerse nuove pubblicazioni, e questo (al di là delle attribuzioni che sono patrimonio dello studio, delle sensibilità e delle conclusioni di ciascuno) è positivo in quanto si è destato un nuovo interesse riguardo l’opera e il suo ambiente. Il primo studio è a cura di Ilaria Boncompagni dal titolo “A colpo d’occhio è Leonardo!”

Il secondo è di Maria Teresa Filieri dal titolo “San Gennaro, la pieve romanica e il suo paesaggio”.

Ma c’è un altro elemento oggetto di riflessione ed è la ricostruzione delle falangi mancanti della mano destra dell’Angelo Annunciante di San Gennaro, che l’Opificio non ha inteso ricostruire nell’originale restaurato ed ha invece interpretato come benedicenti, attingendo alla postura delle mano dell’Arcangelo Gabriele nell’Annunciazione di Leonardo.

Ma su questa interpretazione ho indagato e ritengo che, esaminando quanto è rimasto della mano dell’Angelo dopo la rottura del 1773, come ben visibile anche nello spaccato dei 28 pezzi, la postura non può essere benedicente: a riguardo ho illustrato la mia ipotesi nello studio “Se fosse un indice che è Leonardo…”.

L’immagine della copertina che ho proposto per la pubblicazione mette in evidenza un’altra preziosità delle Pieve di San Gennaro, la presenza della scultura in terracotta di una monumentale MADONNA DEL PARTO a cui, per varie ipotesi che saranno oggetto di studio, mancano le mani, che possono essere state sin dall’origine in legno e disperse o tagliate per favorire la vestizione con abiti preziosi e gioielli per trasformarla a Vergine Annunciata, come era in uso soprattutto nella Lucchesia. A riguardo vado con la memoria all’interessante mostra ideata da Carlo Pedretti “Leonardo e la Pulzella di Camaiore” del 1998, che ha per tema una Madonna lignea di Matteo Civitali e che costituisce fra altri un valido riferimento per comprendere la preziosità della Madonna del Parto, poi Annunciata, di San Gennaro.

Anche quest’opera, che è ormai inscindibile a mio avviso dall’Angelo Annunciante (in quanto documentazione d’archivio del 1646 descrive le due opere poste una di fronte all’altra come gruppo scultoreo dell’Annuncizione), versa in condizioni precarie e i depositi accumulati e sedimentati nel tempo sulla superficie, assieme a una ridipintura biancastra dilavata (oggetto di ipotesi), ne impediscono la percezione dell’insieme e la preziosità dei particolari che la contraddistinguono.

E’ un’opera che, nonostante la sua particolarità, essendo l’unica scultura “in terracotta” di Madonna del parto di dimensioni reali, è stata poco indagata (G.Bedini, E.Citti, R.Cresti, A.Romiti 2007; Vanessa Cheli 2014; Maria Teresa Filieri, 2019) e con pareri discordanti soprattutto riguardo all’epoca di esecuzione. Ma tutti negli interventi hanno, si potrebbe dire inevitabilmente, citato in modo diretto o indiretto, l’opera più nota in assoluto riguardo tale rappresentazione e che ne chiude anche il ciclo pittorico: La Madonna del Parto di Monterchi di Piero della Francesca.

Non sollecito considerazioni particolari che dovranno semmai essere oggetto di uno studio dedicato, ma un’attenzione particolare sulla singolarità del tema “Madonna del Parto”, oggetto di storia e di tante opere pittoriche di artisti famosi e che a San Gennaro è presente addirittura (e costituisce una rara preziosità) in una scultura di grandi dimensioni in terracotta, unica nel suo genere. 

Ma se non bastasse (e Piero della Francesca è più che sufficiente) sul “tema Madonna del Parto”, e anche senza approfondire in questo caso il rapporto Madonne del Parto e i Templari, indagato nel libro di Renzo Manetti “Le Madonne del Parto icone templari” (un argomento comunque da non rifiutare a priori per gli eccessi a carattere pseudo esoterico sul tema) vi sono altri noti interessi artistici nei confronti dell’iconologia della Madonna del Parto.

Riguardo agli interessi artistici mi riferivo, fra altri ancora possibili, al film di Andrej TarkovskijNostalghia”.

Il film, vincitore nel 1983 del Grand Prix du cinéma de création al festival del cinema di Cannes viene così commentato: «Nel cuore della secolarizzazione novecentesca, Tarkovskij pare tornare a questo ‘principio’: con (dis)incanto. Facendo propria la “morte di Dio”: senza rinunciare, però, a cercare “le basi iniziali della vita”. Una sorta di cammino a ritroso, verso le origini della creazione e dell’anima: specchiando – questo cammino stesso – nel mistero della creazione artistica e dell’animo del poeta (creatore)».

Ma vado anche con la memoria alle conclusioni del mio intervento, poco meno di un anno fa, nella sala dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze:

«L’Angelo di San Gennaro essendo ‘annunciante’ era assieme (o addirittura eseguito per tale scopo) ad una bellissima Madonna del Parto. Da molti anni sono “separati in chiesa”, la Madonna accanto l’altare maggiore, l’Angelo all’ingresso in un box di vetro che non gli rende giustizia e non gli renderà giustizia se lì dovesse tornare. L’idea è di collocarli in due ampi vani, fra la Chiesa e il campanile dove, seppure esaltati singolarmente, possano di nuovo dialogare nel loro messaggio artistico e religioso. Il progetto è già previsto nella pubblicazione forse in modo definito un po’ eclettico (ma la definizione non mi spaventa più in quanto è in corso una riscoperta dei valori dell’eclettismo appartenenti anche, come si dice ‘parlando con rispetto’, addirittura a Leonardo). 

Non è importante comunque che si attui quella proposta, ma che essa sia di stimolo ad una sensibilità che è rivolta anche alle forze locali e non soltanto di nuovo agli amici russi di Leo-Lev che ringrazio, interpretando tutti voi per questa importante restauro e valorizzazione di un’opera comunque preziosa».

Devo dire che a quasi un anno da quella mia sollecitata speranza, che andava e si rivolgeva oltre l’impegno già assunto per l’Angelo Annunciante da Leo-Lev, non mi risulta che alcuno si sia fatto avanti per il recupero della preziosa Madonna del Parto, ma l’anno, dal 28 giugno scorso non è ancora concluso, anche se manca ormai davvero poco, quindi… chissà…

Oreste Ruggiero

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