LETTERE DEL PRESIDENTE |9| DANTE, LEONARDO e Giovanni PAPINI

20 Settembre 2020

Il prossimo anno si celebrerà il settecentesimo anniversario dalla morte di Dante Alighieri. In questo omaggio desidero ricordare, oltre al Divino Poeta (e per iniziare con leggerezza lo faccio attraverso una “facezia” -nei modi di Leonardo- di Ettore Petrolini raccontato da Marco A. Innocenti nel suo ultimo libro, con la battuta: «D’Annunzio è andato in Francia per essere più di Dante, che fu poeta divino”, mentre lui sarà poeta… di champagne”») una scomparsa più recente, o meglio dire un forzato oblio simile ad un esilio come quello inflitto a Dante, di un altro poeta fiorentino: Giovanni Papini.

Lo ricordo, e altrettanto ripropongo la grandezza di questo personaggio di significativo valore culturale, nonostante (oppure forse proprio ‘per’) il suo percorso di vita all’apparenza contraddittorio, e complesso, attraverso il suo libro “DANTE VIVO” del 1933.

Ma lo faccio in modo inusuale e dimostrando (o cercando di dimostrare) la “compatibilità” del pensiero di Papini, nei confronti di Dante Alighieri, anche riguardo Leonardo Da Vinci. Questo “semplicemente” aggiungendo, laddove Papini scrive DANTE e il suo contesto, il nome di [LEONARDO]. 

Può darsi che questo, che apparentemente può sembrare una sorta di gioco, possa indurci invece a qualche riflessione inedita nei confronti della figura di Leonardo da Vinci e nell’approccio con la sua figura, come illustrava anche Carlo Pedretti attraverso una domanda: «Che cosa dobbiamo noi a Leonardo? Niente di quello a cui pensiamo pensando a lui come a un precursore di ogni cosa. Ma se abbiamo la curiosità di conoscerlo bene, ci accorgiamo che tutto ciò che apprezziamo di bello e di buono nella nostra vita quotidiana lo dobbiamo a lui. Ma per carità non facciamone un’altra Divinità…». 

Da

DANTE VIVO 

“SPIEGAZIONI NECESSARIE”

Di 

GIOVANNI PAPINI

«Sarà meglio dir subito, a scanso di malintesi e dispiaceri, che questo non è libro di professore per scolari, né di critico per critici, né di pedante per pedanti, né di un pigro compilatore per uso di pigri lettori. Vuol essere il libro vivo d’un uomo vivo […] sopra un cattolico, d’un fiorentino sopra un fiorentino.    

Non è, e non vuol essere, una delle tante vite di Dante [LEONARDO], maiuscole o minuscole, utili o superflue, che tutti gli anni si pubblicano qua e là per il mondo. Della sua vita esteriore poche son le notizie assolutamente certe e documentate eppure tutti son dietro a fantasticare sulle vicende del suo passaggio sulla terra, sui luoghi dov’è stato e dove può essere stato, sugli uomini e sui fatti del suo tempo che può aver conosciuto. Sappiamo molto, invece, della sua anima attraverso copiosi documenti di prima mano – le opere – ma pochi son quelli che si curano di approfondirla e d’interpretarla. Perciò il mio libro, più che una vita di Dante [LEONARDO], vorrebbe offrire un Dante [LEONARDO] vivo, un ritratto morale e spirituale di lui, un saggio di esplorazioni intorno a ciò che veramente conta, anche oggi, per noi.

Nei maggiori libri scritti su Dante [LEONARDO] poco c’è della sua vera vita: gran parte è occupata da notizie storiche sul Duecento [Quattrocento] e il Trecento [Cinquecento], da informazioni, spesso superflue, sulle persone ch’ebbero a che fare con lui, da esposizioni più o meno felici delle sue opere e soprattutto da soverchie amplificazioni romanzesche, erudite o rettoriche, su quello che non si sa o troppo sommariamente si sa. La vita esterna dell’Alighieri [del DA VINCI], per quel ch’è sicuro, si racconta in poche pagine mentre a voler capire compiutamente l’anima e l’opera non basta una vita intera d’uomo, e c’è sempre qualche cosa di nuovo da scoprire.

Non già ch’io disprezzi i pazientissimi elaboratori di edizioni critiche e gl’instancabili frugatori e illustratori di particolari storici e biografici. Ma li rispetto come rispetto il mugnaio che fornisce la pretta farina che sarà consacrata dal celebrante. Chi vaglia la rena e cuoce la calce fa opera necessaria ma Dio ne guardi se volesse giudicar l’architetto. Quei lavori di preparazione erudita sono indispensabili e meritori, sia che si tratti di stabilire il più genuino testo dell’opere, sia che si tratti di fissare, su dati di prima mano, il senso preciso d’ogni atto […]. Ai dantisti [LEONARDISTI] “positivi” e pazienti […] dobbiamo giusta lode e sincera gratitudine.

Ma insomma loro stessi riconoscono che non varrebbe la pena di spendere anni ed anni per fare edizioni critiche e ammucchiare materiali esegetici se Dante [LEONARDO] non fosse qualcosa più d’un testo di lingua o d’un tema di filologia romanza o comparata [un’opera d’arte o una intuizione scientifica]. Dante [LEONARDO] è, oltre tutto e innanzi tutto, una grande anima e un grande artista e per comprendere gli spiriti di massimo formato non bastano le genealogie dei codici, l’edizioni principi, l’esplorazioni nelle cronache e nelle filosofie medievali [rinascimentali].

Invece i più tra quelli che studian Dante [LEONARDO] gli si mettono innanzi in una di queste tre attitudini: […] o di giudici istruttori che vorrebbero sapere il perché e il per come d’ogni avvenimento, l’itinerario preciso e completo della sua vita errante, e cosa fece in quel giorno e in quell’ anno; o di enimmisti eruditi o immaginosi che vogliono soprattutto esibire dottrina e bravura nello svelare i misteri della sua opera.

Ma per capire Dante [LEONARDO] nelle altezze e nelle profondità, Dante [LEONARDO] uomo, poeta [artista], profeta, Dante [LEONARDO] vivo ed intero, codeste attitudini non bastano. Bisogna avvicinarsi, per quanto è possibile a noi piccoli, alla sua grandezza totale, possedere uno spirito, almeno per riflesso e riverbero, dantesco [LEONARDESCO]. Ed è proprio questo che manca, quasi sempre, ai dantisti [LEONARDISTI], ai dantologi [LEONARDOLOGI] e ai dantomani [LEONARDOMANI]. Sono anemici intorno a un sanguigno, formiche addosso a un leone. Potranno fare la ricognizione della criniera e il computo dei peli della coda ma non vedono intera, nella sua terribilità e maestà, la gigantesca creatura. E guai se il leone, ad un tratto, ruggisse!

Non Si scaldano o si scaldano a sproposito. Dante [LEONARDO] è fiamma e fuoco e loro rimangon tepidi o gelati, come se fossero a contatto di un rudero senza età. E’ vita e loro son semimorti. E’ luce e rimangon bui. E’ possanza e restan deboli e mosci. E’ ardore di fede morale e messianica e loro sono, per il solito, uomini che non hanno conosciuto neanche da lontano il tormento dei divino. Ma, per dirla con Dante [LEONARDO], “fastidium etenim est in rebus manifestissimis probationes adducere”.

E Dante [LEONARDO], così, è rimasto il più delle volte companatico di onesti professori o trastullo di ambiziosi dilettanti. Pochi son sempre stati quelli che a lui si sono accostati per una certa conformità di natura e colla volontà di farsi, almeno col desiderio, simili a lui, per meglio intenderlo. Ci vorrebbero, oltre che diligenti e appassionati studiosi, veri poeti [artisti] o veri filosofi. Al di fuori della cerchia dei dantisti [LEONARDISTI] professionali due poeti [artisti] e due filosofi […]».

Per smentire questo mio assemblaggio o “smontarlo”, basterebbe affermare che Papini era personaggio contraddittorio che, laddove si lamentava di una “Firenze mutata e deturpata”, proprio lui in età giovanile, assieme ai Futuristi Carrà, Soffici, Boccioni e Palazzeschi nella “Serata Futurista  al Teatro Verdi  di Firenze”del 1913, leggeva il suo manifesto dal titolo “Contro Firenze passatista”.In quel documento invitava i fiorentini a vivere nel presente e nel futuro, a ingrandire le stradine strette e a buttare i passatisti e i dantisti nell’Arno per creare una città moderna ed europea dalla Firenze museale e medievale (Tratto da “Leonardo & Petrolini” di Marco A. Innocenti e Oreste Ruggiero), “guadagnando” sul palco, oltra alla presenza della Polizia, il getto di ortaggi e lampadine.

Ma io ritengo che una persona, ed altrettanto un intellettuale (che non è una “brutta parola”), vadano considerati per il loro percorso evolutivo (o involutivo), per la loro stratificazione di vita, pensiero, progetti ed azioni.

E’ evidente che Papini ventenne, ateo e futurista, non è lo stesso Papini che scrive la “Storia di Cristo”, con punte di commovente misticismo.

Una persona, ancor più se un Artista (o poeta o letterato) va indagata secondo il suo percorso esistenziale, talvolta una vera metamorfosi o sublimazione, e non come si è soliti fare nei confronti di Leonardo che si si guarda indistintamente, dal suo disegno giovanile del 1473 al San Giovanni Battista (forse la sua ultima opera), come se fosse sempre e comunque lo stesso personaggio dell’autoritratto dove: come rammenta Carlo Pedretti  «[…] domina […] il fantasma di Leonardo […] con gran barba e ampia palandrana, una veste ingombrante […]».

Ho comunque un rammarico nei confronti di Papini, il primo è che sia stato dimenticato in una sorta di damnatio memoriae, quando personaggi del calibro del famoso storico delle religioni Mircea Eliade nei primi decenni del ‘900 imparava l’italiano per poter leggere le opere di Papini.

L’altro rammarico è che Giovanni Papini non ha scritto su Leonardo un libro come invece ha fatto con “La vita di Michelangelo”, ma attraverso cui, comunque, si capiscono meglio gli entusiasmi, le amarezze, le passioni e i sogni dell’epoca e del contesto in cui viveva anche Leonardo da Vinci.

Oreste Ruggiero

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